Studenti di paternità

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foto Creative Commons © Darwin Bell (www.flickr.com/photos/darwinbell)

La nostra società viene spesso definita come “senza padre”. È una condizione già presagita in un libro del 1963 scritto da Alexander Mitscherlich, medico tedesco. Più di cinquant’anni dopo la situazione non sembra migliorata: credo sia facile rendersene conto guardandosi intorno.
Personalmente ne ho fatto esperienza in tanti anni di servizio come educatore, in cui ho incontrato padri di ogni tipo.
Da quelli lontani, poco o nulla interessati ai figli, a quelli goffamente partecipi, fino a un paio di persone realmente disperate, che avevano ormai abdicato al proprio ruolo e cercavano qualcuno che lo esercitasse al posto loro.
Queste esperienze, sommate alla mia personale, mi hanno pian piano fatto maturare la convinzione che bisogna studiare per essere buoni genitori.
Perdonate la banalità, ma padri non si nasce, si diventa. Si nasce figli, e l’esperienza fatta con i nostri padri ci condiziona, a volte nel bene altre volte nel male.
Così, osservare, giudicare, confrontarsi – in una parola: studiare – è utile, se non indispensabile per evitare disastri. Del resto si studia tanto, per i motivi più disparati (per ottenere prestigio, benessere economico, per sete di sapere o semplice curiosità…), perché non prepararsi in maniera adeguata a un compito così importante come l’essere padre?
Io non lo sono, sono un figlio che si prepara: questo blog vuole essere un luogo di confronto con altri “studenti di paternità”.
Sono anche un figlio unico “anomalo”. Mio fratello è venuto a mancare due anni prima che nascessi io, oltretutto dopo una malattia lunga e penosa. Il mio babbo, già sofferente di una malattia neurologica degenerativa, non si è mai ripreso dal colpo. E ha abdicato.
Racconto questo episodio della mia vita limitandomi al dato nudo e crudo: è una storia, un’esperienza.

©Darwin Bell copia
foto licenza Creative Commons © Darwin Bell (www.flickr.com/photos/darwinbell)

Non è un titolo di merito, intendiamoci. Non fa di me un esperto di nulla – non sono infatti né psicoterapeuta né pedagogo, – non mi dà il diritto di pontificare su nulla.
È, la mia storia, un punto di partenza, come lo è per chiunque. Ha fatto di me un cercatore di senso, questo sì. Il che significa, al di là dell’espressione forse troppo pomposa, semplicemente che a un certo punto ho dovuto farci i conti, con la mia storia, e mi sono chiesto: «E io?».
«Cosa avrei fatto io la posto del mio babbo?
Cosa ne farò di questa esperienza?
Lascerò che mi condizioni?
Che babbo sarò a mia volta?».
Da qui la necessità di cercare un senso. Perché sono convinto che essere padre sia una di quelle cose che danno senso alla vita.
Il mio babbo – che ha affrontato il lutto da solo, e non è riuscito a portarne il peso né a condividerlo con mia mamma – se ne era dimenticato. Il resto della sua vita è stato irrimediabilmente segnato da questo.
Siamo cercatori di senso per natura, è scritto dentro di noi: rinunciare a questa caratteristica così fondante del nostro essere ci condanna all’infelicità.
Grazie fin d’ora a tutti quelli che mi seguiranno e condivideranno questo cammino con me.

 

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Un pensiero su “Studenti di paternità

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