Beate le mele

the-betancourtsAmmetto che Missione Giuseppe è un nome forse troppo altisonante. Può, immagino, intimorire il lettore distratto, che passa di qui per caso. Ma decidere di diventare padre – o anche diventarlo senza aver deciso, non cambia poi molto – è un evento da non prendere alla leggera, mi sembra.
Prima di proseguire facciamo un po’ d’ordine.
È passato un sacco di tempo dal primo articolo, e sono successe tante cose. Mi sono sposato, e io e mia moglie aspettiamo un bimbo. Giovanni nascerà a febbraio del prossimo anno. Nei rari momenti di “lucidità”, ovvero quando si accende la lampadina a illuminare la scena: Paternità, ho i brividi.

Così sono qui a riflettere. Come mi avvicino a questa scadenza? Cos’è che fa la differenza tra un babbo e un altro? È possibile dare una risposta oggettiva a questa domanda, in mezzo alle mille risposte soggettive che probabilmente vi sono venute in mente?
Secondo me la parola chiave è maturità.

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©Martin Gommel – Flickr

Argomento di cui oggi si parla pochissimo, relegato ai margini di qualsiasi discussione, sui social network e nella vita di tutti i giorni.
Del resto, lo capisco. Interrogarsi sulla propria maturità fa paura (interrogarsi su quella degli altri ci viene spontaneo e lo facciamo più volte al giorno, spesso terminando il processo con un insulto).
A complicare il tutto, la narrazione mediatica di questi ultimi anni ha trasformato l’immaturità in una sorta di pregio, proponendo spesso storie e personaggi che hanno fatto della propria immaturità un gioioso motivo di successo personale.

Purtroppo, la discussione su questo fondamentale aspetto del nostro essere persone sembra ormai appannaggio dei soli cristiani: questo pur essendo un argomento che dovrebbe interessare – e molto – anche gli atei.
Il Devoto-Oli ne dà diverse definizioni, tra cui: «Capacità di orientamento o di comportamento, fondata sull’acquisizione seria, completa e definitiva dei dati dell’esperienza».
Davvero non ci interessa avere a che fare con persone capaci di orientarsi, di comportarsi a modo, di acquisire seriamente i dati delle esperienze che fa con o per noi?
A me interessa, per quel che vale.
Ma in politica, ad esempio, di maturità umana come dote necessaria per il ruolo non si parla – e se qualcuno si presentasse dimostrando di aver seriamente capito i dati della nostra esperienza di cittadini e si comportasse di conseguenza, prenderebbe a mio giudizio un oceano di voti.
Nel mondo del lavoro si è preferita la produttività, senza tenere conto che una persona matura è consapevole e responsabile, sicuramente quindi più produttiva (ed efficace, ed efficiente).

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©Gage Skidmore – Flickr

Nel mondo dell’informazione poi la maturità sembra essere scomparsa, al punto che si parla di post-verità (parola dell’anno per Oxford Dictionaries, non esattamente gli ultimi arrivati), e la verifica di dati e fatti non sembra essere più fondamentale.

Eppure, nessuno mi toglie dalla testa che essere una persona matura sia doveroso, utile (alla fine paga sempre) e – lo dico a costo di passare per un romantico – bello. Ancor di più se si sta per diventare padri.
Certo, il pupo strillante che abbiamo o avremo tra le braccia ancora non può dircelo, ma è facile immaginare che se potesse scegliere preferirebbe un babbo maturo, in grado di prendersi cura di lui nel modo migliore.
Sono maturo? Cosa posso fare per diventarlo? Senz’altro un po’ di fatica, e già questo smonta in parte l’entusiasmo.
Beate le mele, quindi, che per maturare hanno bisogno solo di stare al sole.

PS Recupero entusiasmo pensando a Giovanni, anche se ancora lo sento solo muoversi nella pancia di mia moglie. Lo faccio per lui, non lo devo dimenticare, anche se per ora per me è poco più che un immagine nell’ecografo.

PPS Il Devoto-Oli alla voce “maturo” dice: «Sul piano intellettuale o spirituale, implica di solito serietà, vigore, consistenza, anche se non perfezione». Meno male, via.

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