Aspettative deluse

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dipinto di Rogier van der Weyden (1399/1400–1464) – da Wikicommons

In quei giorni, per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui (Luca 1,57-66)

Scriveva don Luigi Maria Epicoco commentando questo brano del Vangelo: “Il più grande dono che si possa fare a un figlio è lasciare che deluda le nostre aspettative”. Leggevo queste parole il 23 dicembre 2016, verso l’ora di pranzo, del tutto inconsapevole che quarantotto ore dopo sarebbe nato mio figlio.
Con quarantacinque giorni di anticipo.
In quanto a delusione di aspettative – credo legittime, visto che ci avevano detto la data presunta del parto, l’8 febbraio, da quando avevamo scoperto di aspettare un bimbo – direi che ci siamo.
Nei giorni successivi al cesareo d’urgenza che mia moglie ha fatto il giorno di Natale, ho avuto modo di riflettere su queste parole, e di rileggere con calma il brano di Vangelo a cui fa riferimento.
La prima cosa che mi ha colpito sono i parenti, gli stessi che “si rallegravano con Elisabetta” dopo aver udito “che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia”, e che subito spingono per imporre una decisione, quella del nome. Mettono bocca e si scandalizzano: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Ma come? Non scherziamo.
La mamma (non a caso fatta santa) per fortuna dice di no e rimane ferma: «Si chiamerà Giovanni». Vanno allora dal babbo, sia mai rinunciare a un’occasione di imporre qualcosa. Zaccaria conferma: e “tutti furono meravigliati”. Probabilmente non erano abituati a veder messe in crisi la tradizione e il proprio punto di vista, contemporaneamente poi…

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© Maessive / Flickr Creative Commons License

Continuava don Luigi: “Zaccaria ed Elisabetta sanno mettersi contro tutti purché quel bambino si chiami Giovanni, cioè purché sia se stesso”. Oggi che mio figlio è nato – sano, grazie a Dio, anche se neppure di otto mesi, – oggi che non mi fa dormire – e Dio solo sa quanto vorrei dormire! – mi chiedo: sarò capace di lottare affinché mio figlio sia se stesso?
Il primo combattimento, inutile che me lo nasconda, dovrò farlo con me stesso: non ha neanche due mesi e mi sono ritrovato già a visualizzare nella mia testa una corposa serie di aspettative.
Ma quale sarà la realtà che questo fagottino di neanche tre chili mi presenterà crescendo, lo sa solo Dio. Il quale peraltro ha già le idee sicuramente molto chiare sulla vocazione del pupo: e non coinciderà quasi sicuramente con il film (i film) che mi sarò fatto io nel frattempo.

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© Deraman Uskratzt / Flickr Creative Commons License

Spero di riuscire a essere come Zaccaria, di rimanere fermo nel mio proposito di permettere al mio bimbo di essere se stesso. So per certo che può venirne solo del bene – e infatti Zaccaria “parlava benedicendo Dio” – ma so anche che non sarà facile. Grazie a Dio non sono solo.

PS mi accorgo ora di non aver mai citato il nome di mio figlio: si chiama Giovanni

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2 pensieri su “Aspettative deluse

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