Accusare la fatica

© Maggie A-Day
foto Creative Commons © Maggie A-Day (https://www.flickr.com/photos/mrtopp/)

“Giovanni è un bambino impegnativo”, mi ha detto l’altro giorno mia cognata, che di bimbi ne ha due. Eh sì, è faticoso da gestire: vuole tanto contatto, tante coccole, la presenza quasi continua mia e soprattutto di mia moglie… È curiosissimo ma ancora neanche gattona, quindi desidera essere portato in giro a vedere, toccare…
Le vacanze non sono state una passeggiata di salute. Essere ventiquattr’ore su ventiquattro a diretto contatto col pupo, senza neanche il conforto di quell’oretta in cui sta dai nonni e puliamo o semplicemente ci riposiamo, ci ha messo a dura prova. Mi stancavo meno alle route scout sulle Dolomiti, con zaino e tenda, per dire. 

Così, a un certo punto, da accusare la fatica siamo passati…ad accusare Giovanni. “Ma perché sei così”, “Gli altri bimbi sono cosà (non è vero, lo sappiamo, ogni bambino è impegnativo a modo suo, ma la stanchezza rende poco lucidi)”, “Uff…”.
Un atteggiamento forse umano, ma che non porta da nessuna parte né sortisce alcun effetto positivo.

Un giorno, tornati dalle vacanze, per grazia di Dio mi sono chiesto se non fossi io a essere troppo lamentoso, al netto della fatica fisica (che per ogni genitore di qualsiasi bambino è alta). Ho spostato l’obiettivo della mia critica, verso l’unico soggetto che poteva fare qualcosa per cambiare la situazione: io stesso (mi piacerebbe che fosse Giovanni, ma a 8 mesi è effettivamente prestino).

© Dustin Iskandar
foto Creative Commons © Dustin Iskandar (https://www.flickr.com/photos/63258847@N02/)

La risposta di mia cognata mi ha riportato a contatto col reale: Giovanni è così, per ora c’è poco da fare. La realtà è questa. Ammetto di aver sentito dentro di me la tentazione forte di fuggire. Non una fuga fisica, ma più subdola, se vogliamo: rifugiarsi nel lavoro, magari, che è meno frustrante di un bimbo che piange disperato, o nelle mie piccole passioni da nerd/hipster, che da adolescente avevano un senso, ora ne avrebbero uno completamente diverso (l’estraniamento, la fuga, appunto).

Come spesso succede, mi sono tornate alla mente le parole del nostro padre spirituale: “Stacci dentro! Stai al gioco di Dio! Che Lui non vi vuole male!”.
Ed è questo che cerco di fare ogni giorno, soprattutto quando Giovanni piange per i denti o per l’aria…
Ed è così che ho capito quel pezzo del Vangelo in cui Gesù dice: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23).
Prendere la propria croce, cioè stare al gioco di Dio, che i giochi degli uomini spesso sono giochetti. Ma il Signore non gioca sporco, e il “suo profitto è vederci felici”.

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3 pensieri su “Accusare la fatica

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